-Fabrizio Zampighi su Il Mucchio-

I Baby Blue fanno maledettamente sul serio, che la mission aziendale sia
insegnare alle nuove generazioni che cos'è il rock'n'roll o semplicemente
lasciar deperire queste strane forme di vita nel loro bagno primordiale
fatto di mp3, consolle giocattolo e abiti firmati. Una certezza maturata sin
dal primo contatto con l'omonimo EP della band toscana e rinvigorita dagli
ascolti ripetuti cui abbiamo sottoposto le sei tracce in esso contenute.
Il disco raccoglie diciotto minuti di materiale ruvido e gracchiante,
rumoroso e decisamente “suonato”, polveroso e vibrante come sa essere
soltanto un vinile sbatacchiato da un mercato dell'usato all'altro. Un
sentire che prende a nolo gli scambi urticanti dei Kills quando si tratta di
costruire il dialogo serrato voce-chitarra di "River"; lo stile scarno di
Velvet Underground e White Stripes se l'obiettivo è mediare tra melodia e
rumore ("Alligator"); i toni suadenti di P.J. Harvey quando al timone c'è
la voce di Serena Altavilla ("So Much"). È tuttavia il “vecchio” blues il
vero protagonista della musica dei Baby Blue, declinato in chiave garage,
saturo di dissonanze, intento a riciclarsi in accelerazioni improvvise e
involuzioni strutturali, perennemente in procinto di sciogliere i legacci
del riff, racchiuso in crescendo elettrici che lasciano senza fiato.
Nel giro di un paio d'anni la band si è aggiudicata il premio Fondazione
Arezzo Wave Italia come miglior gruppo, ha suonato nel second stage dell'
Heineken Jammin Festival e ha aperto per artisti del calibro di Paolo
Benvegnù (qui chiamato a co-produrre). L'impressione è tuttavia che ci si
trovi soltanto all'inizio di una parabola artistica destinata a riservare
gradite sorprese (www.baby-blue.it).

 

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-Samuele Boschelli su Rocklab-

Nonostante la giovane età i Baby Blue hanno già un curriculum di tutto
rispetto composto da importanti riconoscimenti, significative partecipazioni
a rassegne come Arezzo Wave e infine numerose aperture di serata a qualche
grosso nome come Micah P. Hinson. Sotto la guida artistica di uno degli
orgogli del rock d’autore italiano, Paolo Benvegnù, il quartetto pratese
incide questo omonimo ep di sei brani in cui i Baby Blue riescono a
sprigionare tutta la loro energia attraverso un suono tremendamente
viscerale, chiaramente ispirato alle grandi bands psichedeliche degli anni
60/70. Sono soprattutto i Velvet Underground ad ispirare il gruppo: certi
rumorismi e certi tipici assalti sonori rilasciati da alcuni spunti melodici
di altissimo livello ne sono l’ovvia testimonianza. Ma c’è anche spazio per
dello sbilenco funk, talvolta dipinto da rozze pennellate di blues, talvolta
spinto oltre da morbose nenie di stampo punk. C’è da aggiungere che
l’attacco di “Ice Cream” è di quelli che lasciano il segno, che la batteria
di Graziano è di quelle che ti fanno venir voglia di distruggere qualsiasi
cosa capiti a tiro, che gli attacchi chitarristici di Mirko sono curati e
ben esposti e che infine Serena con i suoi saliscendi vocali riesce a
diventare incredibilmente una sorta di Jim Morrison al femminile. Il full -
lenght sarà una bomba: c’è da scommetterci.

 

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-Alessandro Ballini su Kronic-

4/5 Entusiasmanti
Mutevoli e imprevedibili, i Baby Blue sono tutto quello che il rock italiano
dovrebbe desiderare. Dalla loro parte, un recupero magistrale delle radici
del genere, dal Bob Dylan omaggiato dallo stesso monicker, fino ai Velvet
Underground, aggiornate dallo spirito indie contemporaneo, rumoristico e
seducente.
Sono blues e ammalianti tanto quanto sono stridenti e indisponenti, ma in
ogni caso quello che colpisce è lo spirito di continuo panta rei artistico,
un tour all'interno del rock condotto da quattro ciceroni dalla maliziosa
arguzia. La sensualità di Serena, alla voce, è ammiccante e ingenua, in
un'altalena di emozioni che non scema mai per intensità, spinta dagli
impulsi di chitarre ora vibranti, ora acustiche, ma sempre pronte ad
esplodere immediatamente in un'estasi elettrica.
Difficile rendere al meglio i Baby Blue con le sole parole, almeno quanto lo
è non innamorarsene al primo ascolto. A giudicare dal loro palmares, molti
non vi sono riusciti prima di noi. E visitando la loro pagina myspace, molti
altri cadranno sul campo.
Le migliori fortune per loro sono una certezza, più che un augurio.

 

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-Valerio Minelli su Losingtoday-

Ne hanno fatta di strada i Baby Blue, quartetto nostrano di stanza a Prato,
da quel 2004 data della loro fondazione: concerti come supporter di gente
del calibro di Micah P. Hinson, la partecipazione all'Heineken Jammin'
Festival, le selezioni all'Arezzo Wave e la conseguente vittoria del premio
della fondazione, ovvero la registrazione del loro primo EP. Questo. Insomma
tutto il cursus honorum che una band di talento può sperare di fare in
Italia. Di talento sottolineiamo: e questa è la forza di una band come i
Baby Blue, non l'accessibilità o l'appartenenza a generi legati a mode
passeggere. Talento e tanta perseveranza.
Difficile definire la musica dei Baby Blue, ed è proprio grazie a questa
imprevedibilità che hanno ottenuto -per questo loro debutto- la fiducia e
quindi la conseguente produzione artistica di uno come Paolo Benvegnù. Tutto
si poggia su di una base ritmica particolarmente solida ed estrosa, come
nella migliore tradizione del rock alternativo dei '90. A questo aspetto più
muscolare si aggiunge una sensibilità per le sfumature che va apescare alle
origini del blues, quando l'elettricità era ancora una chimera (ascoltate
gli intermezzi di "Ice Cream"). E poi c'è la voce intensa di Serena
Altavilla, che rende le loro canzoni sensuali come i Mazzy Star e grintose
come gli Yeah Yeah Yeahs.
Per ora tutto bene per i Baby Blue, manca solo la ciliegina sulla torta:
un'etichetta che sposi il progetto. Aspettiamo fiduciosi.

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-Riccardo Marra su Il Cibicida-

Il canto a due, sgraziato, punk, insaziabile, strillato ("I scream I
scream") in perfetta scia della aggressione pixiesiana al pop e a alla
melodia, apre il debutto discografico dei toscani Baby Blue con l'omonimo ep
uscito forte ed aggressivo dopo il passaggio ai raggi X di un certo Paolo
Benvegnù (alla produzione artistica e missaggio). Dicevamo del pezzo di
apertura "Ice Cream": il brano irruente giocherella con un beffardo gioco di
parole e mostra l'efficacia dell'intreccio vocale di Serena Altavilla e di
Mirko Maddaleno (anche alla chitarra), che poi è l'elemento "prima donna" di
tutti i sei pezzi del disco.Un duetto istrionico, cangiante, imprevedibile,
come in Alligator in cui il canto del duo si fa prima soffice, altalenante,
a mò di filastrocca, per poi arrabbiarsi impennandosi improvvisamente, senza
pietà. I Baby Blue scrocchiano le dita al rock'n roll, con una buona dose di
espressività e originalità. Chitarre sempre piccate e sezione ritmica dal
caratteraccio (vedi la coda schizofrenica di Herzog), soprattutto nelle fasi
in cui la scarica elettrica si fa punk martellante. In So Much, poi, lo
spettro degli Uzeda sembra svolazzare sopra tutti i 2:35 minuti del pezzo:
dunque sfuttamento degli strumenti, dunque tentativo di noise (riuscito),
dunque percosse sonore cazzute. Tra rabbia e sghignazzamento, tra follia ed
autoironia, sei pezzi martellanti con buon carisma. I Baby Blue da Prato
confermano le loro qualità dopo il successo all'Arezzo Wave 2006, non resta
che aspettare il prossimo passo.

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-Ian Della Casa su Music Club-

I Baby blue sono un quartetto di Prato. Licenziano un ep, prodotto
nientemeno che da sua Maestà Paolo Benvegnù e realizzato grazie al
contributo della Fondazione Arezzo Wave, avendo appunto vinto il premio
indetto da quest'ultima nell'anno di grazia 2006. E di anno di grazia si
tratta perchè i Baby Blue, lungi dall'essere un mero riadattamento
all'italiana di chissà quale nuovo o vecchio sound prodotto e sperimentato
in chissà quale capitale straniera, realizzano un lavoro che ne rappresenta
in maniera eloquente il talento e la personalità. Senza mai allontanarsi da
quella tradizione che ha saputo fare del rock'n'roll una forma d'arte
oscura, scarna e ruvida come poche, e che ha visto in New York, sin dai
tempi della Factory, la sua sede privilegiata e procedendo sempre su
un'ossatura profondamente blues, i quattro pratesi riescono a liberare
questa parola dalla sua accezione di genere per trasvalutarne il senso in
un'orizzonte direi ideologico, attitudinale e per questo fuori dal tempo.
Davvero un gran ep, scarno, malinconico, duro, grezzo e oscuro quanto basta
per renderli una realtà unica nel nostro Paese. Li aspettiamo con
trepidazione alla prova su lunga distanza, nel frattempo ci consoliamo con
questo bell'ep che sa spaziare con grande stile dal divertissement
indie-pop, al blues più aggressivo e disperato.

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-Thomas Paulo Odry su Musicboom-

Il nome dei Baby Blue gira da un pò di tempo nel sottobosco indipendente
italiano e di loro si dice un gran bene. Toscani, nati nel 2004, i Baby Blue
hanno un paio di demo all'attivo (tre con questo EP), e nel solo 2006 hanno
tenuto una tonnellata di concerti in giro per l'Italia, festival compresi,
in un continuo sali/scendi dai palchi, da quello dell' Arezzo Wave a quello
dell'Heineken Jammin' Festival. Ed è grazie proprio alla vittoria del premio
Fondazione Arezzo Wave Italia come miglior gruppo del 2006 che i Baby Blue
registrano quest'ultimo EP al Bunkerhaus Recording Studio di Firenze, con la
produzione artistica di Paolo Benvegnù. Giovani, tosti, rock'n roll e
scazzati quanto basta per piacere, i Baby Blue sono in rampa di lancio per
fare le cose sul serio, con una formazione ormai collaudata che mette sul
piatto chitarra, basso, batteria e un cantato in inglese con la voce alta e
indolente di Serena Altavilla a duettare con quella di Mirko Maddaleno. Un
pò di Violent Femmes e un pò di Pixies, scanzonati e grintosi, morbidi e
allo stesso tempo spigolosi, un pò folk, un pò blues, un pò punk e tanto
rock'n roll, con tanta voglia di far casino, possibilmente su un palco. A
quanto si dice, la loro migliore dimensione. In altre parole molto yeeeah.
Se il fiuto non mi inganna, di loro sentiremo sicuramente parlare.

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-ROCKIT- www.rockit.it

"Gruppo esordiente che propone una demo eloquente. Sono appena nati, nel
settembre 2004, hanno partecipato a qualche festival locale ed hanno
condensato in due demo il loro percorso. Niente revival sintetici per i Baby
Blue che invece puntano dritto al cuore del rock, &roll, psichedelico, folk,
noise o blues che sia. Il loro nome, e non solo, è un omaggio a Bob Dylan.
La loro anima è presa in prestito ai Pixies ed ai Velvet Underground nei
giorni festivi. L’ossimoro delle due voci dà l’effetto di Gracido vs blues
pennellato di dolcezza, e conduce il gioco nell’orda dei ritmi ossessivi e
dissonanti. Stressature e caos venano uno stile aggressivo, che non
risparmia nulla, che si propone in tutta la sua crudezza e fecondità. In
casi-limite, come immaginarsi Billy Corgan che canta "The Murder Mystery" in
deliranti ballate stile Black Heart Procession. Cupi e profondi come un
fiume che entra dentro la terra. Ma kitch e selvaggi come una cow-girl
vestita di sintetico blu. Voci urlanti di lupi che provano emozioni.
Convincenti, rugginosi, streganti. Forse stregati Baby Blue". (Claudia
Selmi)

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-AREZZO WAVE-

"Buttate anni '80 e '90 e prendetevi '60 e '70. Poi rovesciateli alla fine
del duemila, accoppiando il rock tradizionale all'odierna schizofrenia
indie. Dategli un tocco di morbillo punk e frullate tutto con un'attitudine
a metà tra pop scanzonato e funky ubriaco. Insomma, proprio difficile
ragionare con questi Baby Blue. Sanno essere così dolci e ammiccanti, poi in
un istante mutano forma e diventano acidi e spigolosi. Non si sa mai da che
parte vanno. Provate a seguirli".

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-INDIE EYE-

"Prato è un'insospettabile fucina di erotismo musicale, Prato è la città di
adozione di Paolo Benvegnù e dei suoi DDR studios, per alcuni Prato è una
fogna piena di Cinesi, per chi scrive il luogo dove mangiare la miglior
Pentola di Fuoco disponibile nella penisola. Prato ospita anche la musica
dei Baby Blue, nati nel settembre 2004, classificati terzi alla finale del
Rock Contest fiorentino organizzato da Controradio, sopravvissuti alle
selezioni regionali di Arezzo Wave dove si esibiranno il 12 luglio prossimo
sullo Psycho Stage, scelti insieme ad altre dodici band per suonare al
prossimo Heineken Jammin' Festival di Imola, il 17 giugno e infine,
invitati a suonare al Mi Ami il 10 di giungo, alle 16:30 al Parco la
collinetta. Mirko Maddaleno, Duccio Burberi, Graziano Ridolfo e la voce di
Serena Altavilla danno vita ad un'impasto modellato con mani luride, di
quella sporcizia che piaceva a band come i Railroad jerk; quello che è
interessante dei Baby Blue, in una formula che in altri contesti potrebbe
incrinarsi facilmente, è il rischio di non cadere nel calderone del
postomoderno alla The Kills; a questi strappano la cassa dei Suicide, e la
calpestano senza ritegno. Una traccia come River, tratta dal loro unico
demo, dialoga con la Pj Harvey più mestruata e il rantolo di un Capt.
Beefheart imprigionato in slow motion, mentre Ice Cream, che è il nostro
ascolto, gioca con una cretineria anglosassone e la trasforma in una chimera
sessuale. Semplice, scordato ed efficace".

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-HEINEKEN JAMMIN' FESTIVAL CONTEST-

"Sensuali, ruvidi, intensi, giocosi, rumorosi, impetuosi, ammiccanti. Un
elenco curioso e intrigante, che sintetizza l'approccio musicale proposto
dai Baby Blue. Una band toscana che propone un intreccio instabile di rock'n
roll, funky blues e psichedelia pop a due voci. Formula musicale
coinvolgente e trasversale, talvolta quasi schizofrenica, spesso
imprevedibile."

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-IL TIRRENO Prato- di Alessandro Pattume

“Inarrestabili Baby Blue. In meno di due anni di attività i quattro musicisti pratesi bruciano le tappe per il grande pubblico approdando sul palco della più importante manifestazione rock della penisola: L’Heineken Jammin’ Festival.
Dal terzo posto dello scorso Rock Contest organizzato da Controradio, passando per la vittoria alle selezione toscane di Arezzo Wave, che li vedrà sul proprio palco il 12 luglio prossimo, la “bambina triste” suonerà adesso di fronte a migliaia di persone e accanto al gotha del rock internazionale, nomi del calibro di Depeche Mode, Metallica, Darkness, Morrisey, Negramaro e Lacuna Coil. I candidati, inizialmente più di duemila, sono stati ridotti in una prima selezione a 27. Questi sono poi stati fatti arrivare a Milano, al Jungle Sound Studio, per suonare un brano sulla cui registrazione è stata infine fatta l’ultima selezione. I Baby Blue sono stati così scelti insieme ad altri undici gruppi italiani per salire sul second stage dell’Heineken Jammin’ Festival i prossimi 16 e 17 giugno.
Un risultato prestigioso che premia uno spirito innovativo e soprattutto libero di fare musica, che pesca indietro nel tempo per scavare in quello che potrebbe essere il futuro”.

 

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-LA NAZIONE- di Lorenzo Maffucci

"Sono come tu li vuoi. Mascalzoni e spregiudicati quanto Captain Beefheart, sensuali come PJ Harvey, storti e suadenti più dei Pixies, ancestrali come Robert Johnson, crudi, viscerali, escapisti del gioco delle parti sottinteso nel (cosiddetto) underground: dalle 22 di stasera arrivano al «Mèlos» i «Baby Blue» (nella foto: Serena Altavilla, voce; Mirko Maddaleno, chitarra e voce; Duccio Burberi, basso; Graziano Ridolfo, batteria). Un concerto a lungo rimandato che, finalmente, può raccontare una delle possibili declinazioni del fermento che sta investendo con sorprendente intensità la pianura industriosa tra Pistoia e Firenze; i termini son quelli di un rock moderno che non indulge a fighetteria e, rinunciato all'orpello dell'effettistica e dell'alternativismo a comando, conduce la propria ricerca coi linguaggi del quotidiano e con la misura cristallina del rock.
A occhio e croce i quattro si frequentano da un bel po', ma suonano insieme solo dal settembre 2004: oggi sono una delle realtà emergenti più affiatate ed entusiasmanti del rock toscano (e italiano, ché ci va di sbilanciarci). Già in studio prima con Andrea Franchi e poi con Andrea Orlandini della «Bandabardò» e Saverio Lanza, lo scorso marzo hanno vinto le selezioni toscane di "Arezzo Wave", per poi condividere il palco con - tra gli altri - Paolo Benvegnù (a Milano) e «Yuppie Flu» (all'auditorium Flog di Firenze)"







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